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Comitati parmensi contro le centrali a biomasse a difesa della ‘Food Valley’

Contro le centrali a biomasse di grossa taglia, come quelle che si vogliono installare a Trecasali, San Secondo e a Paradigna, perché bruciare cippato di legna, sorgo erbaceo o scarti di macellazioni animali è gravemente inquinante; e contro le piccole centrali a cippato, inquinanti e antieconomiche. E’ la posizione della Rete Ambiente Parma, che raccoglie comitati e associazioni del territorio, contraria a tutte le centrali a biomasse che inceneriscono, a tutela della salute e dei prodotti dell’agroalimentare che hanno reso la provincia di Parma, la cosiddetta “Food Valley”, famosa in tutto il mondo. Per Giuliano Serioli della Rete, è “grave che ci sia la possibilità che il digestato, sia che esso sia derivato da insilato di mais, col pericolo che contenga clostridi, o derivato da deiezioni animali ad elevato contenuto di ammoniaca, sia soggetto a spandimento in quantita’ industriali nei campi, con effetti pregiudizievoli per i coltivi e la Dop del Parmigiano Reggiano”. Secondo quanto denuncia la Rete, il foraggio nelle zone agricole dove si trovano le centrali a biogas, attraverso lo spandimento sul terreno del digestato prodotto, subisce la contaminazione delle spore di clostridi, batteri anaerobici che generano spore presenti e persistenti sul terreno, dannosi per gli animali. I biodigestori anaerobici producono gas naturale che viene bruciato quale forza motrice per produrre elettricità, “che risulta davvero poca cosa, ma non pochi sono gli incentivi statali raccolti.

Questi impianti – commenta Serioli – servono solo a rastrellare incentivi, con coltivazioni dedicate che rubano terreni all’alimentazione. Sono ecomostri, contro i quali opporsi strenuamente”. Maggiore clemenza, la Rete Ambiente Parma la riserva agli impianti alimentati con deiezioni animali, a patto che non siano troppo grandi e invasivi per il territorio, “come quello comprensoriale che voleva impiantare il comune di Montechiarugolo, sempre nella provincia di Parma. Era un impianto sotto il Mw, ma avrebbe digestato ben 350 tonnellate di materiali al giorno per 365 giorni, cioè circa 100.000 tonnellate annue, raccogliendo deiezioni animali tra la città e Neviano Arduini”. “Per gli impianti a misura di azienda, invece, crediamo che ogni allevamento dovrebbe averne uno – conclude Serioli – soprattutto per impedire che i nitrati di tutti quei liquami finiscano in falda, inquinandola. Gli incentivi che l’azienda ricaverebbe dalla produzione di gas e quindi di energia elettrica sarebbero il giusto compenso per aver reso l’allevamento sostenibile per l’ambiente”.

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