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Al premio Daolio vanno in scena le canzoni degli scrittori

La musica e la letteratura emiliano romagnola si incontrano nel segno di Augusto Daolio. Accade al premio dedicato all’ex leader dei Nomadi e riservato alle band emiliane emergenti senza contratto discografico che, nella finale del prossimo 10 giugno a Cavriago, inseriranno nella loro esibizione anche un brano estratto a sorte dalle playlist suggerite da Giuseppe Caliceti, Paolo Nori e Marco Truzzi.

Il premio promosso dall’assessorato Giovani del Comune di Cavriago e organizzato dall’Arci di Reggio Emilia da diciott’anni lavora instancabilmente per la promozione della musica emiliana e proprio ispirandosi alla figura di Daolio, musicista, illustratore, allarga i confini strettamente legati alle sette note per trovare un approccio ampio, che considera la musica come l’inizio di un percorso. Arrivano così i 30 brani suggeriti dai tre scrittori emiliani che appaiono a volte come una provocazione e una sfida (è il caso di Pietro Buttarelli “Dove vola l’avvoltoio”, voluto da Caliceti; oppure il canto anarchico “Il Galeone” e “L’Internazionale” inseriti da Paolo Nori) e altre come citazioni storiche che arrivano dalle tradizioni politiche e musicali reggiane (Per i morti di Reggio Emilia di Paolo Pietrangeli; Battagliero di Tienno Pattacini). Sei di queste trenta canzoni saranno quindi reinterpretate dai giovani finalisti (ad oggi, Dharma, Santa Viola e Fre Monti a cui si aggiungeranno nelle prossime settimane altri tre nomi) che se la vedranno, in alcuni casi, con brani molto distanti dalla loro musica. Ma non saranno soli, con le band ci saranno anche i tutor Arcangelo Kaba Cavazzuti, Fabrizio Tavernelli e Yukka Reverberi che lavoreranno anche per la reinterpretazione di questi brani.

Marco Truzzi, autore di “Caffè Hal, Tel Aviv. Tutto quello che è successo al Signor T.B.”, racconta così lo spirito di questa collaborazione: “È un po’ come quando avevi una che ti piaceva, ci uscivi un paio di volte e poi facevi l’errore e ti veniva in mente di “farle una cassetta”, così, tanto per raccontare qualcosa di te e per vedere che effetto le avrebbe fatto. Il più delle volte la storia finiva lì, ma tu avevi trafficato per ore con il mangianastri invece di studiare e pazienza, era stato comunque un bel modo di trascorrere il pomeriggio. Ecco. Fare ora una playlist di dieci pezzi che per te vogliono dire qualcosa procura più o meno la stessa sensazione. Con l’aggravio che, nel frattempo, gli anni sono aumentati, i tuoi pezzi preferiti anche e, insomma, tutto è diventato un gran casino. I dieci pezzi che seguono, quindi, non sono “i miei dieci pezzi preferiti”, in assoluto. In una graduatoria del genere con che cuore farei fuori gente come Bono o Michael Stipe? Ma se adesso – e per adesso intendo proprio oggi – dovessi fare una cassetta per qualcuno, ci metterei questi pezzi, un po’ per la loro geolocalizzazione (siamo in tempi di Facebook, no? Occorre taggarsi) e un po’ per la mia anagrafe. In chiusura infilo anche due pezzi grandiosi e senza tempo, perché se uno non li mette secondo me la sua playlist non è valida, non suona, il suo motorino grippa, il cane gli sporca il tappeto e gli si rompono le cuffiette dell’iPod. Ecco l’elenco di Truzzi: Ongii (CSI), Sposa (Mamicarburo), Buonanotte all’Italia (Ligabue), Hunger strike (Temple of the dog), Pennyroyal Tea (Nirvana), King Kong five (Mano Negra), Il suonatore Jones (Fabrizio De Andrè), Impressioni di settembre (PFM, però nella versione Marlene Kuntz), Wish you were here” (Pink Floyd), “Let it be” (The Beatles).

Giuseppe Caliceti, nasce violinista e poi nella sua vita arriva la scrittura. Alla richiesta degli organizzatori del Premio Daolio di proporre dieci brani ai sei finalisti ha risposto così: Povera patria (Franco Battiato), Musica ribelle (Eugenio Finardi), La ragazza di Ipanema (Bruno Martino), Dove vola l’avvoltoio (Pietro Buttarelli/Cantacronache), Vil Coyote (Eugeni Finardi), Sono quel che sono (Eugenio Finardi), La mia banda suona il rock (Ivano Fossati), Todo Cambia (Mercedes Sosa), Help (Beatles), Lo shampoo (Gaber).

Lo scrittore Paolo Nori, sul suo rapporto con la musica racconta: “Non è che mi piaccia un genere musicale. Non c’è una musica che mi piace. Mi piace il liscio, ma non tutto. Mi piace l’opera, ma non tutta. In generale, quello che mi vien da dire della musica, è che sono molto ignorante, in materia musicale. Suono la tromba in modo orribile. Recentemente, ho suonato la colonna sonora di un booktrailer, il booktrailer dei Malcontenti. Se uno vuol sentire come suono, può andare a sentirlo su youtube. I Bogoncelli, o, meglio, i nuovi Bogoncelli, visto che ci siamo sciolti e poi ci siamo ricomposti (con lo stesso identico organico e la stessa identica scaletta e gli stessi identici bis, perfino, abbiamo cambiato solo il nome), esisterebbero ancora, ma non ci chiamano più da un anno e mezzo circa. Faccio, o ho fatto, un po’ di cose con dei musicisti, Fabio Bonvicini, Umberto Petrin, Carlo Boccadoro, Maurizio Pisati, Antonio Zambrini, Mirco Ghirardini e il suo concerto a fiato L’usignolo, e son tutte cose che mi piacciono molto. Mi piacerebbe scrivere delle canzoni, alcune le ho scritte ma ci manca la musica, il testo di una è dentro un libro che si chiama Siam poi gente delicata”. I dieci brani di Nori per il premio Daolio sono, Il galeone (Belgrado Pedrini, Paola Nicolazzi); La riva bianca la riva nera (di Sciorilli-Testa); Era bello il mio ragazzo (Anna Identici), Battagliero (di Tienno Pataccini), L’italiano vero (Toto Cutugno); L’internazionale; Wake up everybody (Harold Melivn and The Blue Notes), Povera patria (Franco Battiato); Per i morti di Reggio Emilia (Fausto Amodei); Peremen (Kino).

 

(immagine Paolo Nori)

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