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Unibo, una biblioteca virtuale per preservare il software: c’è anche l’Unesco

Da oggi c’è anche l’Unesco tra i parnter di Software Heritage, il progetto che vuole dare vita a una biblioteca virtuale dei codici che animano molte delle tecnologie di oggi e di ieri. L’ingresso dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura è stato sancito questo pomeriggio nel corso di una cerimonia a Parigi alla presenza della direttrice generale Irina Bokova, del CEO di Inria Antoine Petit e del presidente francese François Hollande. Tra gli invitati c’erano anche il rettore dell’Alma Mater Francesco Ubertini e il direttore del Dipartimento di Informatica Simone Martini.

Al progetto Software Heritage, guidato da Inria, l’istituto nazionale francese per l’informatica, partecipa infatti anche l’Alma Mater accanto a una squadra di partner di primo piano tra cui Huawei, Intel, Microsoft e Nokia. Unico ateneo del gruppo, ad oggi, l’Università di Bologna, con il suo Dipartimento di Informatica – Scienza e Ingegneria (Disi), collabora alle attività di ricerca e fornisce uno spazio di memoria in cui collocare il codice raccolto.

A cinquant’anni dal primo personal computer e a dieci dal lancio del primo smartphone, la tecnologia non è più soltanto il futuro ma è ormai anche parte della nostra storia e della nostra cultura. Mentre però vecchi computer e cellulari fuori produzione diventano oggetto di ricordi nostalgici e iniziano ad entrare nei musei, che ne è dei software che in passato li hanno animati? È qui che entra in gioco Software Heritage, progetto nato per preservare quel patrimonio ormai storico di codici, raccogliendo e condividendo tutto il software disponibile pubblicamente in formato sorgente. Una sfida che si annuncia imponente: i file catalogati fino ad oggi sono già più di tre miliardi, appartenenti a più di cinquanta milioni di progetti diversi.

“L’Università di Bologna – dichiara il rettore Francesco Ubertini – è pronta a mettere in campo la sua esperienza e le sue competenze per sostenere lo sviluppo di questo importante progetto: la tecnologia è ormai parte integrante della nostra cultura e come tale va salvaguardata e preservata in tutte le sue forme”.

“Il software – spiega Simone Martini, direttore del Dipartimento di Informatica dell’Alma Mater – è alla base di molta parte della scienza moderna. La riproducibilità dei risultati scientifici e l’intero concetto di ricerca scientifica è profondamente legato alla conservazione e allo studio del software sotto forma di codice sorgente. Noi siamo impegnati a studiare questi codici nelle loro molteplici forme, proprietà ed effetti: così come i nostri padri e i nostri nonni ci hanno lasciato biblioteche e laboratori, grazie a Software Heritage potremo trasmettere ai nostri figli e ai nostri nipoti questo prezioso patrimonio.”

“Siamo felici – afferma Roberto Di Cosmo, direttore di Software Heritage – di dare il benvenuto all’Università di Bologna come primo membro accademico internazionale nella prestigiosa cerchia dei partners che sostengono la nostra missione, e lavorano con noi per costruire una moderna Biblioteca di Alessandria del software.”

Il Dipartimento di Informatica – Scienza e Ingegneria collabora alle attività di ricerca di Software Heritage e, insieme al Cesia (l’Area Sistemi e Servizi Informatici dell’Alma Mater), mette a disposizione del progetto uno spazio di memoria di 65 terabyte (circa 65 milioni di megabyte). Utilizzando computer e dischi non più adatti per le esigenze di continuità operativa delle applicazioni Unibo, Software Heritage costruirà una delle sue aree di memorizzazione temporanea: l’Alma Mater riuscirà così ad allungare il ciclo di vita di questi sistemi garantendo anche un importante risultato in termini di sostenibilità.




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