Home Ceramica Cersaie: un “cambio di clima” per la ceramica italiana

Cersaie: un “cambio di clima” per la ceramica italiana

Un auspicio o un pericolo? Il riferimento alla necessità di una svolta ma anche la preoccupazione per uno scenario in rapido mutamento, le cui tendenze sono sempre più difficili da inquadrare e prevedere. E, sullo sfondo, un’unica certezza: niente sarà più come prima. Parte da un interrogativo il convegno inaugurale di Cersaie 2010, il Salone Internazionale della Ceramica per l’Architettura e dell’Arredobagno: “Cambio di clima?

A confrontarsi, moderati dal giornalista Maurizio Beretta, sono stati il viceministro allo Sviluppo economico Stefano Saglia, il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei, il presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani e Marco Fortis, ordinario alla Cattolica di Milano e vicepresidente della Fondazione Edison. Quindi il “padrone di casa”, Franco Manfredini, presidente di Confindustria Ceramica.

Clima teso o clima di fiducia, clima burrascoso o clima di ripresa: le metafore climatiche sono in grado di dipingere in modo sintetico ed efficace lo stato di salute e le variazioni nella situazione socioeconomica del Paese.

“In economia – ha sottolineato il presidente Franco Manfredini – il cambio di clima può essere letto sotto molti aspetti. Progresso tecnologico e globalizzazione sono fenomeni che hanno inciso profondamente sulla vita delle aziende, fino ad arrivare alla consapevolezza per cui la trasformazione diventa il paradigma per sopravvivere, in una competizione internazionale che si fa sempre più ardua. La crisi economica non ha fatto altro che accentuare questo problema. Ma il ‘cambio di clima’ va anche letto sotto una luce positiva: abbiamo oggi l’opportunità di recuperare quanto perduto e di tornare quindi a crescere, ma dovrà trattarsi di uno sviluppo diverso, non drogato dalla speculazione finanziaria. E da quella che continua ad essere la fiera mondiale di riferimento per il nostro settore, non possiamo che lanciare un segnale di ottimismo. L’ottimismo che ci caratterizza in quanto imprenditori, che però deve essere un ottimismo della volontà. Basta fare un giro per i padiglioni della fiera per accorgersi di quanto le nostre aziende stanno continuando a puntare su investimenti e innovazione tecnologica. E ci aspettiamo che questa sfida sia raccolta anche dalla politica. Non possiamo continuare a pagare l’energia il 20% in più dei nostri competitor europei. Dobbiamo far fronte a storiche carenze infrastrutturali, e finalmente vediamo una svolta sulla bretella Campogalliano-Sassuolo. Non possiamo, infine, non continuare a batterci per una norma europea sulla tracciabilità delle merci”.

Un’occasione di confronto e di dialogo, a partire dai più recenti dati economici, per stimolare una riflessione comune su effetti della crisi, strategie in atto, progetti in cantiere.

“Siamo a una svolta – osserva Marco Fortis, economista e vicepresidente della Fondazione Edison – il peggio è sicuramente alle spalle ma questo non significa affatto che l’economia mondiale sia guarita. Ad essere coinvolti sono stati quattro pilastri, finanza, edilizia, industria e commercio, fino ad arrivare ai consumi delle famiglie. E ci siamo resi conto che il Pil non è più un indicatore sufficiente per misurare lo stato di salute di un’economia, prova ne è che in Paesi come gli Stati Uniti, dove il Pil è calato di soli 3 punti percentuali, i consumi delle famiglie si sono ridotti del 15%, mentre in Italia a fronte di un calo del Pil di 5 punti la ricchezza a disposizione delle famiglie ha comunque visto un progresso dell’1%. A complicare le cose interviene il fatto per cui l’Italia è eccellente in settori estremamente legati all’andamento del commercio internazionale, prodotti per la casa e macchine industriali. Per questo la ripresa ci sarà, ma la partita si gioca su tempi lunghi”.

Particolare l’attenzione posta dai relatori al ruolo delle infrastrutture come leva dello sviluppo, a partire dalle importanti novità nell’area del distretto ceramico, con il recente via libera da parte del Cipe alla realizzazione della Bretella Campogalliano–Sassuolo, 17 km – attesi oramai da decenni – per collegare l’Autostrada del Sole alla capitale della ceramica. Ma anche alla competitività dei distretti economici, sistemi produttivi d’eccellenza, particolarmente esposti ai colpi della crisi internazionale, ma pronti ad accettare la sfida e a porsi ancora una volta come motore della ripresa. 

“Tra i tanti disastri che ha prodotto la crisi – fa notare il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei – c’è anche un elemento positivo, quello di avere accelerato l’ammodernamento delle relazioni industriali nel nostro Paese. Una flessibilità che non va confusa con l’assenza di regole. Siamo stati noi i primi a parlare di deroghe e tali deroghe sono state condivise, una ad una, con le parti sociali. Ma è oramai chiaro che il nostro dovere come classe dirigente è quello di puntare sulla crescita, non solo in termini di Pil ma come condizione essenziale per tutelare l’occupazione e preparare il futuro. Ci sono temi sul tappeto, come la disoccupazione giovanile, che impongono una risposta rapida ed efficace. Abbiamo una grande responsabilità, in questo senso, e vogliamo che tale responsabilità sia accolta anche dalla politica e dal sindacato”.

“Il distretto ceramico – ha osservato il presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani – resta un comparto strategico per l’economia regionale. Abbiamo lavorato a lungo, in passato, insieme a Confindustria Ceramica, per sostenere questo settore. Vogliamo continuare nei prossimi anni, sia a sostenere la ceramica sia a sostenere Cersaie, un evento mondiale che deve continuare a svolgersi qui. Quello che il Paese non può più attendere, però, è una politica industriale degna di questo nome. Quante risorse reali abbiamo per le infrastrutture? Quali sono le priorità tra le priorità per le quali siamo disposti a stringere un nuovo patto tra Governo e Regioni? Noi stiamo facendo la nostra parte, investendo sul rapporto tra università e impresa, con i tecnopoli, sostenendo l’internazionalizzazione del sistema produttivo, affiancando il sistema del credito perché non manchino alle imprese risorse essenziali. Ora la sfida per tutto il Paese si chiama federalismo fiscale, ma è una sfida che non possiamo governare navigando a vista”.

“Ai tempi di Mattei – ha sottolineato Stefano Saglia, viceministro allo Sviluppo economico, si riteneva che un intervento pesante dello Stato nell’economia fosse inevitabile. Oggi questo approccio è superato, sia perché non ci sarebbero risorse sufficienti sia perché crediamo che sia cambiato lo stesso ruolo dello Stato, che deve ben guardarsi dall’indirizzare le imprese ma deve occuparsi di mantenere la coesione sociale, per esempio, come abbiamo fatto noi, sostenendo e potenziando gli ammortizzatori sociali. La domanda che dobbiamo porci è cosa verrà dopo gli ammortizzatori, e questa si chiama riconversione industriale. Secondo problema, il credito: in Italia non c’è stato bisogno di un forte intervento pubblico per salvare le banche, ma si sono rese necessarie azioni affinché non mancasse alle imprese la necessaria liquidità. Ed è quello che abbiamo fatto offrendo garanzie per le piccole e medie imprese. Infine le infrastrutture energetiche, altro pilastro della nostra politica industriale, insieme alle infrastrutture stradali: qui gli effetti si vedranno nel medio periodo, e per questo abbiamo investito sui rigassificatori e abbiamo impostato un ragionamento sul nucleare che va ad affiancarsi a ulteriori investimenti sulle energie rinnovabili”.