Sala piena ieri sera all’Hotel Europa per il convegno organizzato dal Pdl titolato “La memoria degli italiani perduti”. Relatori lo storico Marco Pirina, il Consigliere regionale Fabio Filippi e i Consiglieri provinciali Pagliani e Camurani.
All’incontro è stato ricordato il maestro reggiano Graziano Udovisi, l’unica vittima nel terrore titino che riuscì ad uscire vivo da una foiba.
“A Reggio Emilia, per qualcuno il muro di Berlino non è ancora crollato e la “guerra fredda” non è finita del tutto. A distanza di sessantacinque anni dalla strage delle foibe, il capogruppo in Consiglio comunale del Pd, ha avuto il coraggio di esaltare la figura del dittatore comunista Tito.
Non solo, lo stesso consigliere, ha respinto, insieme a tutta la maggioranza politica che governa il Comune di Reggio, la proposta di intitolare una via a Rolando Rivi, il seminarista martire ucciso all’età di 14 anni, dai partigiani comunisti reggiani a seguito dell’odio religioso e del violento anticlericalismo diffusisi nella zona nel secondo dopoguerra.” Ha affermato al convegno Fabio Filippi.
Lo storico Marco Pirina, nel suo intervento, ha riferito dei legami che, durante il conflitto e nel secondo dopoguerra, collegarono le regioni italiane del confine orientale ai territori emiliano-romagnoli. Il Commissario politico della Divisione Garibaldi “Nino Nannetti” (compagnia che collaborava attivamente con il 9° Corpus Sloveno di Tito), attiva in Friuli, aveva origini reggiane, certo Clocchianti, nome di battaglia “Ugo”. Il nome Clocchianti ricorre anche nella strage di Cernaieto, tra i partigiani esecutori dell’eccidio. Molti partigiani emiliano-romagnoli, in quel periodo, operarono nelle divisioni attive nel Nordest.
Pirina ha ricordato che, sempre nel secondo dopoguerra, vi furono forti spinte secessioniste in Romagna, il PCI di Ravenna e di Ferrara conservava legami diretti con il regime di Tito.
Pirina ha poi affrontato la questione dell’Istria, territorio italiano fino al 1947, 392.482 italiani su un totale di 456.000 abitanti (censimento del 1911), in pochi anni venne completamente slavizzato. Attualmente in Istria vivono meno di 30.000 italiani. Gli infoibati sono sati oltre 10.000, i campi di prigionia hanno operato fino agli inizi degli anni sessanta, il campo di Mitrovica è stato chiuso nel febbraio del 1962. L’esodo degli istriani verso l’Italia è continuato fino al 1956.
Il professore ha concluso il suo intervento con un appello: “Sono passati sessantasei anni, questa deve essere inevitabilmente la fase della riconciliazione. Chi sa parli, i vivi segnalino i luoghi degli eccidi, anche anonimamente.”
Pagliani ha parlato delle tante stragi comuniste perpetrate su tutto il territorio italiano.
Camurani ha ricordato degli accordi segreti tra Togliatti e Tito, del contributo determinate del PCI nell’intesa di cessione dell’Istria alla Jugoslavia.
“Lo scenario storico – ha concluso Filippi – delle foibe, delle stragi compiute nel dopoguerra dai partigiani comunisti di Tito assecondati anche da Togliatti, non può essere separato da un altro contesto, quello che venne definito il “triangolo della morte”, ossia quell’area geografica compresa fra Bologna, Modena e Reggio Emilia, all’interno della quale avvennero numerosi delitti e omicidi motivati più da vendette personali che dall’ideologia.”
Filippi ha voluto porre l’accento sulla foiba reggiana di Borgo Visignolo a Baiso, sui tanti reggiani uccisi a guerra finita in quelle terre. Ha poi citato il Carabiniere Fernando Ferretti, ucciso dai titini nei pressi dell’altopiano della Bala in Friuli il 24 marzo 1944, assieme a undici commilitoni. Ha ricordato il casinese Vasco Cassinadri, infoibato anche lui in Friluli. Ha menzionato, infine, il maestro Remo Lugari, originario di Levizzano di Baiso, pilota d’aereo, catturato durante la guerra a Monte Nevoso a quindici chilometri da Fiume, anche lui assassinato dai titini.

