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Studio su correlazione tra tumore alla vescica e i trialometani che si trovano nell’acqua del rubinetto

Secondo uno studio coordinato dall’Institute for Global Health di Barcellona, pubblicato su Environmental Health Perspectives il 5 per cento dei casi di tumore della vescica in Europa sarebbe attribuibile all’esposizione prolungata ai trialometani, sostanze come cloroformio, bromodiclorometano, dibromoclorometano e bromoformio, che si trovano nell’acqua del rubinetto come sottoprodotti dei sistemi per la disinfezione a base di cloro.

Lo studio ha analizzato per la prima volta la presenza di questi composti nell’acqua potabile dei 28 Paesi dell’Unione europea (esclusi Romania e Bulgaria per scarsi dati), correlandoli con l’incidenza di questo tumore, giungendo alla conclusione che i trialometani rappresenterebbero un fattore di rischio per 6.500 casi ogni anno, e 2.900 di questi potrebbero essere evitati se tutti i Paesi rispettassero i limiti europei.

I ricercatori, tra i quali le docenti Unimore Gabriella Aggazzotti, professoressa emerita di Igiene, e Elena Righi, professoressa associata di Igiene, hanno analizzato con la collaborazione di numerosi altri colleghi i valori di trialometani nelle acque municipali tra il 2005 e il 2018, registrando un livello medio in Italia di 3,1 microgrammi per litro, ben al di sotto del limite, che per alcuni di questi è fissato a 30 microgrammi per litro.

La Danimarca e i Paesi Bassi sono risultati i Paesi con i valori più bassi e con la più bassa percentuale di casi potenzialmente attribuibili ai trialometani (0%), seguiti da Germania, Lituania, Austria, Slovenia, Italia e Polonia. Cipro (23,2%), Malta (17,9%) e Irlanda (17,2%) hanno invece le percentuali più alte.

“La novità di questo studio – commenta la prof.ssa Gabriella Aggazzotti di Unimore – è stata quella di cercare di valutare in tutti i 28 stati europei i livelli di trialometani, composti utilizzati come indicatori del più ampio a variegato gruppo di sostanze la cui formazione può essere indotta dal processo della disinfezione delle acque con prodotti a base di cloro, e di stimare i casi di tumore della vescica potenzialmente attribuibili a tale esposizione nei diversi paesi. Il nostro principale compito è stato quello di raccogliere dati sulla diffusione nelle reti idriche italiane di tali sostanze: per fare ciò ci siamo avvalse della collaborazione di numerosi ricercatori e professionisti italiani esperti del settore, che ringraziamo sentitamente, vista l’assenza in Italia di un unico database nazionale di riferimento.”

La prof.ssa Elena Righi aggiunge: “I risultati dello studio evidenziano in Italia una situazione decisamente favorevole: la qualità delle nostre acque è normalmente estremamente buona e la disinfezione induce la formazione di livelli molto limitati di queste sostanze, con valore medio di trialometani pari a 3,1 microgrammi per litro. Proprio per questo motivo in Italia è stato possibile adottare un valore limite molto più basso di quello che è stato raccomandato dalla Unione Europea ed è stato adottato da molti altri paesi europei (pari 100 microgrammi per litro). Il numero di casi di tumore della vescica potenzialmente attribuibile a questa specifica esposizione in Italia è quindi risultato molto limitato e pari all’1,2% di tutti i casi osservati.”

La prof.ssa Aggazzotti infine ricorda che “La disinfezione è un intervento di sanità pubblica fondamentale ed estremamente efficace nel garantire all’acqua destinata al consumo umana la sicurezza da un punto di vista microbiologico. Oltre a ciò sulla reale natura del rapporto tra trialometani e tumori esiste ancora molta incertezza, dal momento che una associazione essenzialmente statistica tra sostanze potenzialmente nocive ed effetti sulla salute umana non comporta necessariamente un nesso di causalità, che deve essere vagliato accuratamente, data la possibile presenza di numerosi fattori di confondimento. Lo studio tuttavia indica l’importanza di continuare a ricercare in questo settore, data la diffusa esposizione della popolazione generale all’acqua potabile. Questa attività di ricerca ambientale, tuttavia, non deve distogliere l’attenzione dai fattori di rischio ben noti e decisamente più importanti per la salute generale, come ad esempio il fumo di tabacco.”