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La scuola di italiano di Albinea intitolata a Mory Karamoko





La scuola di italiano di Albinea intitolata a Mory Karamoko, fratello del calciatore Cherif, che si sacrificò per lui morendo nel Mediterraneo

“Salvati tu, che hai un sogno” è il titolo del libro che racconta l’incredibile calvario del giovane calciatore della Nuova Guinea Cherif Karamoko, ma è soprattutto la frase che suo fratello, prima di morire inghiottito dalle onde del mar Mediterraneo, gli ha gridato, lanciandogli un giubbotto di salvataggio che gli ha permesso di restare a galla fino all’arrivo dei soccorsi.

Una storia davvero straziante, fatta di terrore, sacrificio, speranza, umanità e amore. Un gesto che l’amministrazione comunale di Albinea ha deciso di fare proprio e di elevare a modello. Così, durante l’incontro con Cherif, andato in scena ieri pomeriggio al parco dei Frassini all’interno della rassegna “Tu sì che vali, storie di sport e di vita”, il sindaco Nico Giberti ha annunciato la volontà di dedicare la scuola di italiano per adulti stranieri, da poco ristrutturata e inaugurata, alla memoria di Mory Karamoko.

“Da una storia di privazioni e diritti violati, finita in modo drammatico come troppo spesso accade, la storia di Karamoko accende una speranza e riempie i cuori di generosa umanità – ha detto Giberti – Con questa intitolazione vogliamo che non si smetta di parlare di un dramma irrisolto come la terribile odissea, fatta di torture, morte e dolore a cui sono costrette le persone che fuggono attraversando l’inferno sperando di potersi costruire un futuro”.

Alla notizia il calciatore si è commosso e ha ringraziato l’amministrazione: “Sono profondamente onorato della vostra iniziativa. Questo è il regalo più bello che abbia ricevuto quest’anno. Tornerò molto volentieri a inaugurare la scuola dedicata a mio fratello a cui devo la vita”.

La storia raccontata da Cherif durante la presentazione del libro, scritto dal giornalista Giulio De Feo, ha lasciato senza fiato il pubblico presente. Fuggito a 16 anni dalla Guinea a causa della guerra, il giovane attraversa il deserto subendo continue torture da parte di gruppi criminali locali.

“Tutti i giorni non sapevo se l’ora dopo sarei stato ancora vivo. Delle volte per la disperazione ho anche pregato perché Dio mi prendesse con lui perché non ce la facevo più. – ha raccontato Karamoko – In tutto il viaggio non ho mai mangiato nulla di più che un piccolo panino al giorno. Tra le tante torture ci hanno fatto spogliare nel deserto e fatti camminare a piedi nudi sulla sabbia rovente. Volevano che dessimo loro i numeri di telefono dei parenti da poter ricattare. Ho riportato ustioni gravi alle piante dei piedi che ancora oggi mi fanno male”.

Quei mesi di viaggio vengono definiti l’”inferno” da chi li affronta.

Arrivato in Libia ha rincontrato il fratello Mory, la figura più importante della sua vita dopo la morte di entrambi i genitori: il padre ucciso davanti a lui, in casa, dalle milizie; la mamma morta di Ebola

“Mi diceva di guardare le luci in fondo al mare, che lì c’era l’Italia, il posto dove avrei potuto realizzare il mio sogno”, ha raccontato Cherif.

Poi la salita su una barca da 60 persone in 143 con i trafficanti di uomini armati che spingono dentro i profughi ammassati. La partenza e il gommone che, di notte, inizia a imbarcare acqua di fronte alle coste della Calabria. A quel punto è nata una battaglia disperata per accaparrarsi i 6 salvagenti disponibili tra le urla e il terrore. Quando la barca affonda molte persone annegano e spariscono in fondo al mare. Altre si aggrappano ai pezzi che trovano. Fa freddo e la benzina presente nell’acqua entra nei polmoni e nello stomaco. Il fratello di Cherif gli cede il suo salvagente e resta abbracciato a lui per restare a galla. Svengono entrambi per la stanchezza e al suo risveglio il giovane calciatore si trova in ospedale, ma del fratello non c’è traccia. Dei 143 partiti, tra cui donne e bambini, i superstiti sono 20.

Dopo le cure il giovane viene collocato in una struttura per rifugiati di Reggio Calabria, poi il trasferimento a Padova dove finalmente rivede la luce. Lì ritorna alla sua passione: il calcio. Viene notato da Arianna, un’operatrice del centro di accoglienza, che lo mette in contatto con il Padova Calcio. Cherif viene chiamato per un provino e il resto succede velocemente: prima l’inserimento nella Primavera e nel 2019 l’esordio in prima squadra, in serie B. Ora Cherif è svincolato e in attesa del permesso di soggiorno che gli consentirebbe di trovare un’altra squadra per continuare a vivere il suo sogno per il quale il fratello gli ha donato la vita.

 

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