Un farmaco antidepressivo potrebbe essere la risposta alla grave difficoltà a respirare? Uno studio sostenuto dall’Unione Europea ha reclutato 135 pazienti affetti da grave dispnea per trovare la risposta. Respirare con affanno è sintomo comune a diverse patologie respiratorie croniche, quali bronchiti, BPCO (Bronco Pneumopatia Cronica ostruttiva), enfisema, asma, pneumopatie interstiziali, post COVID. Trovare cure sempre più efficaci a vantaggio del benessere dei pazienti è l’obiettivo da tempo del mondo della Ricerca. Da Reggio e dal lavoro dei ricercatori dell’IRCCS di Reggio Emilia viene una speranza in più.

Oggi, circa 15 milioni di persone in Europa soffrono di grave affanno, che può essere un’esperienza angosciante sia per i pazienti che per le loro famiglie. Nel 2019 è stato lanciato un progetto di ricerca denominato “BETTER-B” (Better treatments for breathlessness in palliative and end of life care), finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma “Horizon 2020”; tale vasto progetto punta a ottenere miglioramenti significativi nel sollievo della fatica a respirare nei pazienti affetti da BPCO, interstiziopatia o fibrosi post-COVID, quando i precedenti trattamenti non hanno avuto risultati.

I partner di BETTER-B stanno conducendo una sperimentazione clinica per determinare se un antidepressivo di uso comune chiamato Mirtazapina potrebbe aiutare a ridurre la grave dispnea. Ad oggi più di 100 pazienti sono stati reclutati per prendere parte alla sperimentazione in centri in Germania, Irlanda, Polonia, Italia e Regno Unito. Per l’Italia i centri che stanno partecipando sono la Pneumologia e le Cure Palliative del Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, la Pneumologia dell’Ospedale San Sebastiano di Correggio e l’ospedale Gemelli di Roma. Lo studio prevede di valutare anche il benessere delle persone che curano i pazienti con dispnea (i caregiver) perché il sintomo ha grandi ripercussioni su ogni aspetto della vita, in primis l’autonomia e la conseguente dipendenza dalle cure di altri. Di questi ultimi ne sono stati arruolati 50.

“Siamo lieti di avere 22 pazienti reggiani inclusi nello studio ed entusiasti – spiega la dottoressa Silvia Tanzi responsabile reggiano dello studio -. L’obiettivo é migliorare la cura di questi pazienti le cui vite sono gravemente colpite dalla mancanza di respiro. Questo studio è ancora più rilevante oggi se si pensa che la mancanza di respiro è un sintomo chiave del COVID-19″. L’auspicio è che sempre più pazienti prendano parte allo studio per aiutare la ricerca di trattamenti migliori e nuovi modi per gestire la dispnea. Non è solo la pandemia di COVID-19 a rendere lo studio rilevante e tempestivo, ma anche il fatto che attualmente non esistano farmaci autorizzati per la gestione dell’affanno cronico. I trattamenti medici di solito affrontano la causa alla base della malattia, ma anche quando la condizione sottostante è stata trattata, il sintomo di dispnea può persistere e peggiorare. Se dimostrato efficace, la Mirtazapina potrebbe essere di grande beneficio per le persone che vivono con malattie respiratorie croniche. Il progetto potrà tradursi in una nuova linea guida europea che fornisce agli specialisti delle cure respiratorie e palliative consigli su come gestire al meglio la grave dispnea.

Per informazioni: 0522 – 295804; 0522 – 295577.

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In foto (da sinistra a destra, dall’alto al basso) la dottoressa Silvia Tanzi, Responsabile dello studio per Reggio e Correggio; Sofia Taddei, pneumologa e Principal Investigator per Reggio Emilia, Mirco Lusuardi, Direttore della Riabilitazione Respiratoria Correggio e Principal Investigator per il San Sebastiano e i medici di Correggio impegnati nel protocollo Alessandro Scarascia e Martina Garofalo