E’ “Per via ‘d’na lampadeina” di Maria Codeluppi la poesia che si è aggiudicata il primo premio,  Trofeo “La Giarèda”, del concorso di poesia dialettale legato alla sagra della Madonna della Ghiara, giunto quest’anno alla 44esima edizione.

La premiazione è avvenuta in Sala del Tricolore da parte  dell’assessora a Commercio e Valorizzazione del centro storico Mariafrancesca Sidoli e dei membri della commissione giudicatrice: Giuseppe Adriano Rossi (presidente), Giuliano Bagnoli, Maria Cristina Bulgarelli, Antonio Casoli, Rosa Dalla Salda, Aurelia Fresta, Lucia Gramoli, Francesco Sassi.

“L’annuale premiazione di poesia dialettale è un appuntamento a cui siamo particolarmente affezionati – ha commentato l’assessora Mariafrancesca Sidoli – Le tematiche sono tante e sono da sempre a noi vicine: l’intimità, la speranza, la preghiera, il dolore. Tutta la gamma di emozioni e di sentimenti che rendono piena e ricca la nostra esistenza. Questo evento non è solo un patrimonio della nostra città, ma di tutta la provincia: dal Cusna al Po, dall’Enza al Secchia. Tutte le realtà reggiane contribuiscono a creare questa bellissima occasione che vuole parlarci della vita delle persone”.

Il componimento di Maria Codeluppi ha primeggiato tra 19 poesie in concorso scritte da 12 partecipanti. Nel testo (riportato sotto) la luce incerta di una candela trasforma lo spazio noto della cucina di casa in un luogo dai contorni indefiniti, avvolto in un’atmosfera sospesa fra presente e passato, a cui l’autrice si abbandona piacevolmente, accompagnata dai ricordi e dalle ombre proiettate sulle pareti dal lume e dalla ‘colata d’oro’ del camino. L’insieme delle suggestioni di cui si compone la poesia pare anche essere un invito a rallentare e cercare l’intima, possibile dose di magia nascosta nella quotidianità che ci circonda.

Seconda classificata, la poesia “Guastâla” di Franco Tagliati e terza “La sirèla” di Annalisa Bertolotti. Menzione speciale invece per “Al freno a mân” di Franco Zanichelli.

Il premio per la miglior poesia dedicata al Cappelletto tradizionale reggiano, messo a disposizione dall’Associazione del Cappelletto reggiano, è stato assegnato alla poesia “I caplet” di Anna Volta.

Sono stati inoltre due i premi per le più significative poesie dedicate ai temi religiosi legati alla sagra, messi a disposizione dalla Fabbriceria laica del Tempio della Beata Vergine della Ghiara: primo premio alla poesia “Madonina, fàg da medra, fàg da nòna” di Ilde Rosati e secondo a  “A la Gêra” di Giacomo Borgatti.

Per l’occasione, i componimenti premiati sono stati letti da Franco Ferrari, lettore ufficiale del Centro studi sul dialetto reggiano di Albinea.

Questo il testo della poesia vincitrice:

 

“PER VIA ‘D’NA LAMPADEINA”

 

E remp su pr’al scaltèin con strâs e detersiv:

al lampadari al reclema ‘na sfergheda,

sú dai, sûg ed gomèt e via decȋš…

Quênd i znôc e fen marleta, e les lé.

E pii la lûš per vedȇr l’efètt ca fa.

Gnȋnt da fȇr, la lampadèina l’è bruseda!

A l’ȏrba a son armesa. E pii ‘na candèila

e ‘na lûš bȃsa, cme int la caleda,

as e sparpegna per la cusèina.

Adèss em cat int un sȋt nȏv.

An ved più i mèe solit ušvej da lavòr,

dai tegȋn gnȇn un sbrúff ed vapòr,

la vȇmpa int al camèin l’è ‘na colȇda d’ȏr.

Ombri alzēri es moven int i cantòn.

Ȋn chi mēgh al véci resdori

gnudi per nasȇr i nȏv odòr,

pr’arcorderom la simplicitèe

di magnȇr che feven lòr.

Al tèimp al s’è fermè.

Al presèint as confond con al pasèe.

Al fiùm di ricȏrd l’inonda, chièt, al cōr.

La prèsia l’è scapeda.

Am god cla nȏt finta

cl’am quacia cme ‘na quȇrta molsèina

e mia mia am dorom uš a’na putèina.

Mó ‘l miòr al riva a l’òra ‘d sèina:

int la frònta ‘d mè marí, sdu dnens a mé,

an ved gnȇn ‘na grȋnsa. L’è zòven, l’è bèll

l’è tornȇ quȇsi un putèll…

Intȇnt ch’ es brusen al lampadèini,

dal vōlti, a capita ‘l Mistēr per tesȇr

la so tralȇda int al véci cusèini.

 

A CAUSA DI UNA LAMPADINA

 

M’arrampico sulla scaletta con straccio e detersivo:

il lampadario esige una pulitura,

su coraggio, unto di gomito e via con decisione…

Quando le ginocchia cedono, tralascio.

Accendo la luce per vedere l’effetto che fa.

Niente da fare, la lampadina è fulminata!

Al buio sono rimasta. Accendo una candela

e una luce fioca, come al tramonto,

si sparge per la cucina.

Adesso sono in un luogo nuovo.

Non vedo più i miei soliti attrezzi da lavoro,

dai tegamini non uno spruzzo di vapore,

la fiamma del camino è una colata d’oro.

Ombre leggere si muovono negli angoli.

Son qui con me le vecchie padrone di casa

venute per annusare i nuovi odori,

per ricordarmi la semplicità

dei cibi che preparavano loro.

Il tempo s’è fermato.

Il presente si confonde col passato.

Il fiume dei ricordi inonda, quieto, il cuore.

La fretta è scomparsa.

Mi godo quella notte finta

che mi avvolge come una coperta morbida

e quasi quasi m’addormento come una bimba.

Ma il più bello capita all’ora di cena:

sulla fronte di mio marito, seduto davanti a me,

non vedo neppure una ruga. È giovane, è bello,

è ritornato quasi un ragazzino…

Mentre si fulminano le lampadine,

a volte, sopraggiunge il Mistero per tessere

la sua ragnatela nelle vecchie cucine.

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