
Dal dibattito, seguito da un pubblico attento e – novità – non solo femminile, è emerso un pensiero di profonda incertezza circa i destini dei diritti nel nostro paese, “pane conteso” da una politica che sceglie spesso per convenienza di non decidere e affogare nel massimalismo le speranze e la dignità di molti cittadini e cittadine.
E le donne a loro volta non se la passano meglio, come dimostrano gli stereotipi, i linguaggi, le convenzioni sociali ed economiche, profondamente sbilanciati tra i due generi. “Anche le parolacce sono maschili – dice la Fornario – così come se un uomo cambia spesso idea è un creativo: una donna invece viene considerata volubile e tutti le chiedono se… ha le mestruazioni!”. E il gusto del paradosso, masticato con qualche risata amara, è l’arma che svela una condizione non ancora identitaria, per lo più subordinata al genere maschile. Si è poi parlato dell’azzeramento analitico dei tabù sessuali, un percorso che il femminismo aveva in un primo tempo inaugurato con una felice stagione e che si interrompe li, quando la donna diventa ostaggio televisivo, “tette e culo”, e non tanto per una ragione morale, quanto perché la mercificazione del corpo – sempre a senso unico – mina certezze e autoanalisi. “Il nuovo femminismo va fatto coi maschi – ha concluso la Fornario – gli uomini devono capire che non vogliamo essere uguali a loro, ma avere pari opportunità: fintanto che non vedremo la TV piena di valletti in mutande, di velini, paradossalmente avremmo perso la battaglia dell’immagine e anche tutte le altre. Io non penso che tutti gli uomini abbiano una visione stereotipata delle donne e della sessualità: il nostro compito è spiegare, e accompagnarli in un percorso di svelamento identitario il più possibile condiviso”.

