
Infatti, la legge nazionale in vigore (Legge quadro 752/85) non riconosce al tartufo lo status di prodotto agricolo. «Ciò preclude ogni via di accesso ai finanziamenti Ue nell’ambito del Piano di Sviluppo Rurale» sottolinea il presidente di Confagricoltura Emilia Romagna. E nella nostra regione le tartufaie coltivate e controllate sono solo 250, mentre potrebbero essere molte di più.
Inoltre, “il tartufo non ha limiti di mercato e nei paesi Ue dove la tartuficoltura è stata valorizzata come attività agricola specializzata (es. la Spagna) – sfruttando le attuali conoscenze e tecniche agronomiche, nei siti idonei – essa ha saputo generare redditi assolutamente impensabili in campo agricolo”. Non solo. Va ricordato anche il suo valore ambientale-ecologico: “Chi coltiva le piante tartufigene, realizza un bosco, una siepe, un filare di latifoglie dall’ampio spettro varietale; un terreno che servirà ad assorbire CO2 e sul quale non si farà uso di prodotti chimici. Una coltura, quindi, altamente remunerativa e eco-sostenibile nonché una valida alleata nell’opera di contrasto al dissesto idrogeologico”.
«La tartuficoltura – conclude il presidente Tosi – può consentire un incremento di posti di lavoro e redditi in agricoltura e nell’agriturismo; migliorare il capitale naturale e favorire il turismo; evitare il fenomeno inarrestabile dell’abbandono di terreni marginali in aree fragili del territorio emiliano-romagnolo e della dorsale appenninica».

