
Tratto dall’omonimo romanzo di Rudolf Stratz, ‘Il castello di Vogelod’ ha il potere di far credere allo spettatore che il confine fra sospetto e sicurezza non sia mai netto e che qualcosa o qualcuno sia sempre in grado di confonderli. Si tratta di un capolavoro del cinema muto che ammalia per il rigore delle immagini e per la capacità di investigare sguardi e azioni. La pellicola, inoltre, è estremamente teatrale per l’intreccio e per la claustrofobia che riesce a creare al chiuso di quattro pareti. Il tutto con una regia, occhio onnisciente, che contrappone i paesaggi naturali alle inquadrature claustrofobiche degli interni. Mettendo a fuoco le espressioni dei volti, Murnau sfrutta al massimo l’uso dello spazio a livello psicologico, teso a delineare significati su ciò che sta succedendo ai personaggi dentro al maniero dove si svolge la storia. È così che l’orrore penetra dall’esterno e dall’interno, ma anche dal presente e dal passato grazie al largo uso dei flashback…

