
“La ventilazione meccanica non invasiva (NIV) – spiega il prof. Enrico Clini di UNIMORE – è un presidio di cura irrinunciabile per molti pazienti bronchitici cronici che sviluppano insufficienza respiratoria acuta, evitando il ricorso a intubazione e cure intensive. La NIV, invece, quando applicata in corso di insufficienza respiratoria acuta di nuova insorgenza con ipossiemia (cioè non in un paziente cronico) risulta essere molto meno efficace e sicura. In queste situazioni una delle principali scommesse da un punto di vista clinico e fisiologico è la identificazione di parametri controllando i quali sia possibile determinare quali pazienti rispondono positivamente alla NIV piuttosto di altri che debbono essere trasferiti a cure più intensive. Il nostro studio ha proprio voluto verificare i possibili fattori predittivi di fallimento della NIV nei pazienti gravemente ipossiemici. Ci siamo resi conto che lo sforzo respiratorio, che abbiamo misurato sotto forma di pressione esofagea, rappresenta un indicatore più affidabile rispetto ad altri parametri. Al suo aumento diminuisce l’efficacia della NIV e quindi aumenta la probabilità di dovere ricorrere a intubazione e ventilazione meccanica invasiva”.

“Le implicazioni cliniche di questo studio – conclude il dottor Roberto Tonelli, pneumologo dottorando di ricerca di Unimore, primo autore dello studio – se confermate in altri studi da condurre su un più elevato numero di pazienti, sono rilevanti, perché impattano sulla la decisione che ne può derivare, e hanno un valore ancora più forte in questi tempi, in cui la sindrome respiratoria da COVID-19 rappresenta un modello clinico di insufficienza respiratoria acuta ipossiemica passibile di questo trattamento con NIV. Se i risultati verranno confermati il test sullo sforzo respiratorio consentirà di decidere in anticipo quando è necessario intervenire con una ventilazione meccanica invasiva”.

