Home Ceramica David Childs e Enzo Mari protagonisti a Cersaie 2010

David Childs e Enzo Mari protagonisti a Cersaie 2010

A Cersaie la lectio magistralis di David M. Childs, presidente di SOM e “archistar” di fama mondiale. “Sono la semplicità e la cura per i dettagli che fanno grande l’architettura”, ha detto Childs.  Autocritica feroce, studio della materia, più che della teoria. Questi, secondo Enzo Mari, i presupposti per diventare buoni designer. E nessun compromesso con la standardizzazione, con la logica del profitto ad ogni costo. A Cersaie la lezione invertita “Teoria ed etica del design”.

Costruire una città migliore. Cogliendo un’opportunità anche laddove la tragedia e la follia umana hanno colpito più duramente. Dimostrando con i fatti che l’architettura può essere di più, molto di più, della pur nobile arte di interpretare gusti e mode del momento. Questo il biglietto da visita con cui David M. Childs, architetto di fama mondiale con 40 anni di carriera alle spalle – molti dei quali passati al timone della Skidmore, Owings & Merril LLP (SOM) – si è presentato ieri al Cersaie.

Di scena, la “lectio magistralis” che ha visto l’“archistar” prendere la parola in un Palazzo dei Congressi gremito, per carpire dalla viva voce del maestro come trasformare le “visioni”, quasi idee platoniche che ballano nelle menti degli architetti, in progetti concreti, realizzati o realizzabili. Anche in un luogo, “ground zero”, considerato da molti sacro, inviolabile. La sfida di Childs? Restituire “ground zero” alla vita, restituirlo alla città.

“Certamente questo è stato un progetto emozionante – ha osservato Childs – lo è stato per tutti gli americani, specialmente i newyorkesi, e ancora di più lo è stato per quelli, come noi, che hanno lavorato sul sito. Ma noi newyorkesi guardiamo a questa faccenda come a un’opportunità per ricominciare, ricostruire. Dobbiamo partire dal presupposto che buona parte della nostra città non è un ‘bel posto’. In questo caso ci è stata data l’opportunità di tornare indietro e di costruire meglio, non solo dal punto di vista del design, ma per rendere questo complesso davvero parte integrante della città, e non solo un luogo di memoria. Abbiamo lavorato duramente a questo progetto affinché questa parte della città torni ad essere un luogo trasparente, senza muri o armi, ma un posto che le persone possano vivere e ricordare, un posto migliore di quel che è stato nell’ultimo mezzo secolo”.

David M. Childs: un esempio per i colleghi, una guida per i giovani architetti, anche oggi numerosi in fiera e a cui questa edizione di Cersaie ha riservato un ruolo da protagonisti, con mostre, concorsi, occasioni di formazione e di grande visibilità. Giovani che, ha rilevato Childs, non devono stare a guardare. Giovani che possono misurarsi con questo tipo di sfide, lavorando fianco a fianco con professionisti di lunga esperienza.

A quest’ultimo progetto – ha precisato il presidente di SOM – hanno lavorato sia architetti esperti sia architetti più giovani. I designer del memorial, per esempio, probabilmente l’edificio più importante di ‘ground zero’, è stato realizzato da giovani architetti, e il risultato in termini di design è molto buono. La stessa costruzione del museo è stata affidata a un giovane architetto finlandese. Non è che l’età che conta ma le idee, il modo in cui le si mette in pratica, la capacità di immaginare il futuro. Combinando questi aspetti, otteniamo il meglio sia dalle persone di esperienza sia dai giovani”.

Innovazione, qualità, management: queste le parole d’ordine che da più di mezzo secolo sono carattere distintivo di SOM. Nessun timore di pensare in grande, ma sempre partendo dal fare, dal costruire, dai materiali e dalle loro peculiarità. Con estetica e funzionalità che diventano, in quest’ottica, due facce della stessa medaglia.

“La qualità del design, che dovrebbe essere sempre eccellente, è quel che distingue l’architettura dalla scultura. L’architettura – ha sottolineato Childs – deve anche essere pratica, l’architettura è una scienza, deve infondere nei progetti che realizza un’idea di ‘qualità dello spazio’: a beneficio delle persone, del paesaggio, della stessa qualità della vita. Il design non deve solo rappresentare la moda del momento: deve interpretare il gusto estetico, certo; ma una buona architettura deve essere anche funzionale, e in questo caso gli uffici che abbiamo realizzato sono i migliori uffici d’America. L’architettura deve essere un’attività di successo in termini anche economici. Questi aspetti devono essere considerati assieme, quando si realizza un progetto. E quando questo riesce, i risultati sono eccellenti”.

Il Washington Mall, il quartier generale del National Geographic, il terminal del Dulles Airport a Washington, oltre a tutta una serie di progetti nella “grande mela” che vanno dal Worldwide Plaza al New York Mercantile Exchange, dal JFK International Arrival Building al quartier generale di JP Morgan e all’intero piano urbanistico del Riverside South. Un curriculum sterminato, quello di Childs, che affonda le proprie radici nell’oramai lontano 1971 fino ad arrivare ai progetti più recenti, che riguardano, tra le altre cose, la ricostruzione della parte centrale di Ground Zero e il rinnovamento della stazione ferroviaria ubicata nello storico ufficio postale di New York. Quale edificio interpreta meglio la “visione” di Childs? In quale edificio, gli è stato chiesto, si riconosce di più?

“È molto difficile da dire, la storia è più facile farla a posteriori, guardando i successi e i fallimenti. Certe volte si da il meglio, altre il risultato non è così perfetto come ti aspettavi, altre volte è il risultato migliore di sempre. Il primo edificio che ho disegnato a ground zero, che sorge nel luogo dove è crollata la terza e ultima torre, è probabilmente il migliore, sia intermini di funzionalità, sociale ed economica, sia in termini estetici. Un edificio molto semplice, lineare, elegante nei dettagli. Probabilmente il segreto è tutto qui. Non è la volontà di seguire la moda del momento, ma la semplicità e la cura per i dettagli che possono rendere grande l’architettura”.

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“Consegniamo il Premio Nobel a qualsiasi bambino che abbia compiuto l’età di due anni”. Parte da questa provocazione la lezione “Teoria ed etica del design”, che ieri mattina ha visto il celebre designer Enzo Mari confrontarsi, a Cersaie, con una platea di giovanissimi studenti di architettura. Una lezione invertita, essendo parte integrante dell’incontro le domande rivolte dagli allievi al maestro. Domande semplici, su stessa richiesta di Mari, eppure essenziali, per chi si affaccia oggi alla professione: come tradurre un’idea in un progetto “perfetto”? E soprattutto: come si può rimanere designer, rimanere artisti, in un mondo costretto a misurarsi con il profitto, l’industria e la sua necessità di “standardizzare”?

“Un bambino di due anni – ha risposto Mari – è perfettamente in grado, da solo, di imparare via via a conoscere il tempo, lo spazio, la luce. Partendo da zero, da una situazione in cui anche la consapevolezza del proprio io, del proprio corpo, è piuttosto vaga. Si tratta di un fenomeno impressionante. La sua creatività, se proprio vogliamo utilizzare questa oscena parola, è di gran lunga superiore a quella di un Bach, di un Einstein. Purtroppo, con il tempo, questa capacità viene meno. A causa del mondo che ci circonda, che ci impone regole, paradigmi che non hanno nessuna relazione con la prassi, con l’esperienza”.

Questo il primo segreto per diventare buoni designer. “Cavarsela da soli”. Partendo dal presupposto che ogni teoria non è altro – non dovrebbe essere altro – che la descrizione critica di una prassi. Mentre la nostra stessa conoscenza non è altro che una somma di “elenchi”, stratificati storicamente, alla base dei quali c’è sempre un’esperienza pratica, di rapporto diretto con la materia.

“Il bambino, nell’elaborare i primi elenchi, le prime esperienze pratiche, comincia a teorizzare. Ma lo fa aggiungendo alla descrizione nuova esperienza, dalla quale nasce una descrizione più complessa, che a sua volta si arricchisce grazie all’esperienza. Se volete diventare buoni designer – avverte Mari – non dovete affidarvi alle teorie, ma a ciò che deve essere ancora descritto. La scuola, in questo, ha una grande responsabilità. Purtroppo bisogna ammettere che esistono buoni designer non grazie alla scuola, ma nonostante la scuola. E questo vale in modo particolare per l’università”.

Il punto, ha osservato Mari, è che non possono essere i “paradigmi” a muovere l’arte. Quelli vanno benissimo per la scienza.

“Ma l’arte si nutre di sogni, di idee e ideologie. Non illudetevi che un corso di tre anni vi dia gli strumenti per diventare grandi. I grandi sono coloro che si esercitano 8 ore ogni giorno, come i celebri compositori o direttori d’orchestra. Per i grandi la scuola finisce il giorno in cui finisce la vita. Io stesso non credo di essere andato oltre al secondo stupefacente atto messo in pratica dal bimbo di due anni, quello di descrivere un’esperienza pratica, in linea di principio assolutamente casuale”.

E dall’idea allo schizzo, fino al modello, il segreto per ottenere dei buoni risultati – se non proprio il progetto perfetto – è quello di mettere da parte l’idea di guadagno, di produrre utile in tempi brevi. Mettere da parte, insomma, quella che è la caratteristica strutturale dell’industria, la necessità di produrre elementi in serie, di spendere il tempo necessario per progettarli, all’inizio, ma non più del tempo necessario.

“Io nel mio lavoro mi comporto così – ribatte Mari – faccio un’ipotesi, poi la guardo, la critico ferocemente. Tutto quello che mi appare un difetto lo elimino, in ordine di gravità. In casi rarissimi ho la sensazione che la prima idea sia quella giusta, e allora mi viene un sospetto, che mi porta a mettere sul piatto un’altra idea. Poi le modellizzo entrambe, le costruisco realmente. Infine costruisco un terzo modello. Sono i principi della dialettica: tesi, antitesi, sintesi”.

Difficile chiedere a Mari di venire a patti con il mercato. Difficile – ma il coraggio non è mancato agli studenti intervenuti stamane a Palazzo dei Congressi – chiedere a Mari di tenere conto di un mondo in cui l’economia di mercato, i tempi di produzione, la standardizzazione, hanno un loro peso, anche per i designer, soprattutto per i giovani designer.

“Io non ho scelto di fare l’artista. Provengo da una famiglia molto povera, sono stato costretto a interrompere gli studi classici e a mantenere 5 persone per molti anni. Lavorando duramente, ho messo da parte quel minimo di risorse utili per iscriversi all’università, dato che la mia grande e unica passione è sempre stata quella di conoscere, di capire. Poi ho scoperto che per iscriversi all’università era necessario il diploma. Così ho scelto l’accademia, che dava la possibilità di iscriversi anche senza diploma. E così mi sono ritrovato artista. L’unica cosa che davvero conta è riferirsi a quei valori fondanti della cultura occidentale. Non quelli che hanno prodotto rapina, ma quelli di Platone e, poi, di Aristotele, che a differenza del suo maestro riteneva che le idee, per quanto perfette, non fossero sufficienti. Bisognava indagare la materia, i dettagli. Questi sono i maestri”.

Etica del design, dunque, quale antidoto – unico possibile antidoto – ai condizionamenti imposti dal mercato. Forse anche come unico antidoto per primeggiare davvero, nella professione e, in definitiva, sul mercato. E la qualità?

“La qualità è un fatto oggettivo, e nasce dal confronto. Se chiedessimo ai 100 migliori designer del mondo di fare una lista delle 100 migliori opere del mondo, otterremmo liste molto simili, se non identiche. Non esiste una spiegazione convincente a questo fenomeno, se non quella per cui la qualità è un fatto oggettivo. E sono queste le opere con cui chiunque voglia eccellere in questo lavoro deve misurarsi. Se non si raggiunge l’apice, poco importa. È già molto, moltissimo, sapere di trovarsi sulla buona strada”.