Un delicato e complesso lavoro di Rete che coinvolge diverse figure professionali – operatori socio-sanitari e socio-assistenziali, Asl, Tribunale dei Minori, Forze dell’Ordine (Polizia Locale e Carabinieri) – i quali si muovono secondo accordi che disciplinano in modo rigoroso il Servizio tutela minori e secondo le disposizioni del Tribunale stesso. Mentre le indagini sulla scomparsa di Saman Abbas stanno compiendo il loro corso, e si moltiplicano dichiarazioni, supposizioni e commenti fuorvianti in merito alla vicenda, i Comuni dell’Unione Bassa Reggiana desiderano fare chiarezza in merito al funzionamento dei Servizi sociali territoriali e, in particolare, al Servizio area tutela minori, trasferito all’Unione dieci anni fa.

 

UN LAVORO DI RETE REGOLAMENTATO DA NORME GIURIDICHE

Si tratta di un servizio a integrazione socio-sanitaria, disciplinato da un accordo sottoscritto dall’Unione dei Comuni della Bassa reggiana e dall’Azienda Usl di Reggio Emilia per la costituzione di una rete di servizi e interventi coordinati di natura sociale, socio-sanitaria e socio-educativa. “Un servizio altamente specialistico composto da figure professionali competenti che non si muovono con discrezionalità secondo modalità di intervento autonomo e soggettivo ma, al contrario, agiscono in un complesso sistema di rete, fortemente normato e rigorosamente regolamentato – spiega la presidente dell’Unione Camilla Verona Questo sistema di rete professionale è composto da diversi attori pubblici e privati, assistenti sociali, psicologi, pediatri, medici, membri di istituti scolastici, Usl e presidi sanitari, Forze dell’ordine che operano secondo le precise disposizioni del Tribunale dei Minori, attraverso decreti che sono vincolanti per tutti gli operatori”.

A queste normative si aggiunge un Protocollo di collaborazione interistituzionale contro la violenza di genere che Unione Bassa Reggiana e Azienda Usl di Reggio Emilia hanno approvato nel mese di novembre 2020, in occasione e nel rispetto della data nazionale contro la violenza di genere.

 

COME FUNZIONA IL SERVIZIO

Il bambino, l’adolescente o il neo maggiorenne (quando già in carico dalla minore età) e la sua famiglia sono al centro del processo d’aiuto messo in atto dai servizi socio assistenziali. La presa in carico di una situazione avviene in seguito ad una richiesta diretta o su mandato degli organismi giudiziari: Procura, Tribunale per i minori, Giudice tutelare, Tribunale ordinario. A quel punto interviene il lavoro di équipe multi e intradisciplinare che prevede l’integrazione di professioni sociali, educative e sanitarie. “L’azione multidimensionale fra gli aspetti sociali e sanitari rappresenta una risposta alla persona nella sua interezza e complessità relazionale” sottolinea Verona.

L’équipe territoriale socio-sanitaria multi/intra disciplinare è il luogo organizzativo in cui si avvia il progetto, si sviluppa il percorso di valutazione e il programma di presa in carico.

 

IL “CASO SAMAN”: TEMPESTIVITÀ E RISPETTO DELLA NORMATIVA NELL’INTERVENTO DEI SERVIZI

Nel momento in cui Saman Abbas lo scorso anno, ancora minorenne, ha manifestato la sua richiesta di aiuto, i servizi sociali territoriali, in particolare l’Area Minori, hanno risposto tempestivamente e nel pieno rispetto delle normative e del decreto emesso dal Tribunale dei Minori di Bologna” precisa il sindaco di Novellara Elena Carletti. “Da allora – aggiunge la prima cittadina – il raccordo con la ragazzina e il monitoraggio della sua situazione all’interno della comunità a cui era stata affidata sono stati quotidiani, come testimonia come testimoniano i materiali agli atti del Servizio in cui è relazionato tutto ciò che è stato fatto”. Tutta la documentazione è a disposizione della magistratura che sta svolgendo le indagini, tuttora coperte da segreto istruttorio.

I servizi hanno operato con estrema attenzione e meticolosità. Le cose sono cambiate quando Saman ha raggiunto la maggiore età perché per la Legge italiana nessun servizio sociale né il tribunale possono imporre ad una maggiorenne alcuna azione senza il suo consenso. In sostanza, nessuno poteva obbligare la ragazza a rimanere in comunità senza la sua volontà né impedirle di far ritorno nella casa dei genitori. Cionondimeno, i servizi sociali hanno da subito e ripetutamente spiegato alla ragazza i rischi legati alla sua condizione e quelli che poteva correre allontanandosi volontariamente senza comunicazioni e senza accordo con i referenti socio-assistenziali, come attesta la documentazione relativa al suo caso.

Il raggiungimento della maggiore età, infatti, non comporta un’automatica interruzione del progetto educativo e di sostegno da parte dei servizi socio-assistenziali, ma ne richiede una modifica. Va rinnovato il coinvolgimento del giovane, della sua famiglia d’origine, della famiglia affidataria e della comunità, se presenti, per perseguire con tutte le gradualità necessarie un accompagnamento verso l’autonomia, in co-progettazione con il servizio sociale comunale, fino al compimento del ventunesimo anno d’età. Questi orientamenti vengono sostenuti anche per prevenire condizioni di povertà ed esclusione sociale di coloro che, al compimento della maggiore età, vivano fuori dalla famiglia di origine sulla base di un provvedimento dell’autorità giudiziaria, per permettere di completare il percorso di crescita verso l’autonomia garantendo la continuità dell’assistenza nei confronti degli interessati. Tutto ciò è stato fatto per Saman Abbas dai servizi sociali della Bassa reggiana che si sono attivati anche dopo il suo allontanamento volontario dalla comunità ad aprile, seguendo la delicata vicenda con estrema attenzione e rispetto, in totale accordo con l’autorità giudiziaria e le Forze di Polizia che seguivano il caso.